Da Dante a Umberto Eco: perché leggere la letteratura italiana?

La maggior parte degli anglosassoni che conoscono la letteratura hanno sentito parlare di Dante (1265 – 1321). Eliot, Pound e una miriade di moderni poeti, critici e traduttori se ne sono assicurati, sebbene sia un punto controverso se molti lettori abbiano seguito Dante molto lontano dalla sua selva oscura. Quando si tratta di altri scrittori italiani, l’oscurità inizia per davvero. Vi è Petrarca (1304-1374), famoso per i suoi sonetti; Boccaccio (1313 – 1375), conosciuto per le sue storie osé; Machiavelli (1469 – 1527), associato alla realpolitik. Ve ne sono tanti altri preziosi sebbene meno conosciuti, fino a che non si arriva a Pirandello (1867 – 1936), il classico del Teatro Moderno.

Successivamente, a partire dagli anni ’70 circa, l’Italia diventa parte di un riconoscibile mondo moderno e Primo Levi, Italo Calvino, Umberto Eco e i giallisti sono attualmente ancora ampiamente letti. Gli universitari e gli amanti della poesia ovviamente sondano oltre la semplice superficie, così come gli studenti che vengono obbligati a fare ricerche su qualche classico della letteratura europea finiscono per restare piacevolmente sorpresi.

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Ma perché la letteratura italiana è così tanto letta e apprezzata? Vi è una sfiducia degli inglesi in ciò che viene da oltre confine? Oppure dovremmo parlare di incompetenza linguistica? Nessuna ipotesi va sottovalutata. Oppure, potremmo andare all’attacco e dire che l’Italia non ha prodotto molte opere letterarie degne di nota nel corso degli ultimi secoli? Quest’ultimo è, più che altro, un luogo comune.

Un punto di partenza è il fatto che la letteratura italiana classica (Dante incluso) non è molto letta neanche dagli italiani, a meno che non siano costretti a farlo in un percorso scolastico. Il paradosso è che sebbene al tempo stesso sono immensamente patriottici nei confronti dei loro grandi autori (in un modo in cui gli amanti della letteratura inglese raramente lo sono per i propri connazionali). Il motivo che sta alla base della grandezza e al tempo stesso della “non lettura” della letteratura italiana classica come quella di Dante sta nel fatto che è scritta in un linguaggio che la maggior parte degli italiani non ha mai parlato (Toscano letterario) e preferisce operare in punti più alti della scala retorica rispetto al normale linguaggio ordinario. In queste opere, l’astrazione e la generalizzazione vincono contro la concretezza e la particolarità, il presente è definito in riferimento a ciò che hanno fatto i predecessori, così ancora e ancora i classici latini sono percettibili appena sotto la superficie. La poesia petrarchesca – e con lui la grande massa di poeti italiani dopo Petrarca – semplicemente non fa ciò che il modernismo e la pratica della poetica moderna inglese invece si aspettano che faccia la poesia (cosa che i traduttori che si sono impegnati con i versi di Petrarca e Leopardi sanno fin troppo bene). Il verso di Leopardi, ad esempio, “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, si trasforma sempre in qualcosa come “Sweet and clear is the night and with no wind”. Gran poesia? Ma per piacere… Eppure lo è. Eccome, se lo è!